Gli dicevo spesso : “quando crescerai sarai père Issa, il primo prete nigerino a portare il nome di Gesù”. Issa è infatti la traduzione coranica del nome di Gesù, anche se alcuni studiosi sostengono che questo nome derivi da Esau, il figlio primogenito di Isacco. Poco importa : Issa è nato e morto musulmano, ma credo fortemente che ora stia celebrando la liturgia celeste insieme a Gesù, Signore della storia e suo compimento. Issa aveva otto anni ed è partito al cielo per una banale appendicite, mai trattata nonostante che fosse in ospedale da tre settimane.
Issa risiedeva da più di un anno a 150 km da Dosso, nella città di Doutchi, dove viveva con sua nonna paterna. Il padre era assente, andato in Nigeria per fare del commercio. La madre invece, ripudiata dal marito a causa di una malattia genetica che si è manifestata solamente al loro terzo figlio, abita a Dosso. Si chiama Fati, ha ventisei anni (si è sposata quando ne aveva 16) e frequenta il nostro Centro di Promozione Femminile. Il figlio non era con lei, perché per la legge i figli “sono” del padre.
Quando Fati ha saputo della malattia di suo figlio è andata a prenderselo a Doutchi per portarlo da me. Era in condizioni disperate : magrissimo, soffriva molto. Continuava a dire che aveva mal di pancia e le uniche medicine che aveva ricevuto erano degli antibiotici generici e un po’ di paracetamolo (è il principio attivo della tachipirina). L’abbiamo portato all’ospedale di Dosso e ricoverato in pediatria.
Per chi non è mai venuto in Niger è difficile immaginare cosa sia un ospedale qui. Issa l’hanno messo in una stanza con otto letti. I bambini ricoverati erano 24. Se sapete fare i conti erano tre per letto. Tutti molto più piccoli di Issa, quasi tutti malnutriti e con poche speranze di vita. Le loro mamme stanche e sfinite, senza nessun latte nel seno per poter nutrire i loro figli. In tutto il reparto c’erano 110 bambini malnutriti e ammalati (malaria, diarree, salmonellosi, bronchiti, ecc) e un solo medico, che infatti abbiamo potuto vedere solo il giorno dopo. Ci prescrive una trasfusione perché Issa ha una forte anemia e una lastra per vedere se c’è una infezione all’interno. La lastra non mostra nulla per cui si spera che l’effetto della trasfusione e gli antibiotici facciano qualcosa. Issa non vuole che me ne vada. Non so per quale motivo, ma mi sembra che mi veda come l’unica possibilità di salvezza. Continua a gridare “mon père resta qui, mon père resta qui”. Resto e per la prima volta recito un rosario in ospedale in una camera in cui non c’è un solo cristiano. Ma che importa : tutti sanno che sto pregando e fanno silenzio pregando con me.
La sera è ormai calata e Issa finalmente si addormenta. Sembra che anche i dolori alla pancia siano terminati e io posso andare a celebrare la messa. Il giorno dopo arrivo in ospedale con un po’ di speranza, e invece trovo una situazione disperata: Issa stava vomitando bile dalle 6 del mattino. Le infermiere non stavano facendo niente. Attendevano l’arrivo del dottore che purtroppo era in formazione. Arriverà a fine mattina, mi dicono. Voglio prendere Issa e portarlo in capitale. Mi sembra che nessuno lo stia seguendo. Solo la mamma e la nonna materna sono lì con lui, a digiuno da due giorni, perchè dicono che non possono mangiare con il loro figlio in queste condizioni. Alla fine decidiamo di attendere il dottore, che arriverà alle 12.30. Issa sta sempre peggio; convinco il dottore a venire a vedere subito Issa e “si” decide di farlo vedere al chirurgo.
Porto Issa sulle spalle al pronto soccorso, perché è li che dobbiamo attendere il chirurgo. Quando arriviamo è il caos : stanno facendo le pulizie, è difficile trovare un letto dove posare Issa e devo stare attento a non scivolare perché c’è molta acqua anche se fortunatamente poco sapone. Quasi subito arriva il chirurgo di guardia. Si chiama Domingo, è cubano, inviato da “Fidel Castro” come cooperante. Lo conosco bene e mi arrabbio con me stesso perchè avrei dovuto pensarci prima e chiamarlo subito. Si accorge immediatamente della gravità della situazione. Bisogna intervenire per curare una appendicite ormai degenerata, da non si sa quanti giorni, in peritonite. Issa purtroppo è troppo debole; ha forti dolori di pancia, vomita e continua a gridare: “mon père resta qui”. Incomicia una prima flebo di sali minerali. Quando inizia la seconda flebo Issa è stravolto. Vuole strappare la flebo perché sente un forte dolore al braccio. Infatti dopo la trasfusione, fatta il giorno prima, il braccio sinistro si era gonfiato. L’infermiera non si era accorta di nulla e la vena si era infiammata. Per calmarlo prego con il rosario, ma il dolore deve essere troppo forte : Issa continua a gridarmi “resta qui, resta qui”. Alla fine arriva il sangue per la trasfusione. Fatta questa Issa potrà essere operato. Ma riuscirà a resistere ???
Comincia la trasfusione e dopo qualche minuto mi accorgo che Issa fatica a respirare. Mi sembra che il suo cuore stia cedendo. Sua mamma prega in lingua Zerma. Non capisco nulla della preghiera fatta secondo la tradizione musulmana, ma so che… Dio ascolta e anche Issa. Chiamo l’infermiere, ma quando ritorno Issa è andato verso il Padre.
Là, celebra la liturgia celeste, perché nessuno qui si immagina di accusare Dio per il dolore innocente di un bambino. Neanche io lo faccio. Mi sembrano molto più gravi le responsabilità di noi uomini, che facciamo morire un bambino per una semplice appendicite. La sera mia mamma mi chiama e mi dice che mio nipote di 8 anni è stato operato di appendicite. Tutto è andato bene e ora gioca a casa. Issa non lo può più. Forse anche per questo vorremmo costruire un piccolo dispensario.

Padre Domenico Arioli

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